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Come si è passati da una giornata politica e sociale a una ridicola festa ?

  • 8 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

La giornata dell’8 marzo, oggi conosciuta come International Women's Day, nasce all’inizio del Novecento con un significato molto diverso da quello che spesso assume oggi.

Non era una festa mondana, né un rituale simbolico.

Era una giornata politica e sociale.

Nel 1910, durante una conferenza internazionale delle donne socialiste a Copenhagen, l’attivista tedesca Clara Zetkin propose di istituire una giornata internazionale dedicata alla questione femminile.

L’obiettivo era molto concreto: sostenere il diritto di voto, migliorare le condizioni di lavoro e riconoscere il ruolo delle donne nella vita pubblica.

Pochi anni dopo, nel 1917, una manifestazione di donne a San Pietroburgo contro la guerra e la fame contribuì a innescare la Rivoluzione di Febbraio.

Questo passaggio storico è fondamentale per comprendere l’origine dell’8 marzo.

Le donne scesero in piazza chiedendo pane, dignità e pace.

La ricorrenza nasce quindi dentro una stagione storica in cui la condizione femminile era strettamente legata al lavoro, alla giustizia sociale e alla fine della guerra.

L’8 marzo era, all’inizio, una data di coscienza civile.


Oggi, osservando il presente, emerge però una continuità scomoda e molte dinamiche profonde non sono cambiate.

Le guerre continuano a colpire in modo sproporzionato donne e bambine.

I conflitti producono sfollamenti, povertà, instabilità familiare e spesso violenza sui corpi femminili.

Parallelamente, anche nelle società pacifiche la violenza domestica resta una realtà diffusa. Secondo i dati della World Health Organization, circa una donna su tre nel mondo ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale.


Qui emerge uno dei paradossi più evidenti del nostro tempo. Si parla molto di diritti, di empowerment e di violenza, ma i dati mostrano che la sola esposizione pubblica del problema (attraverso articoli, campagne mediatiche, manifestazioni, giornate commemorative, associazioni e iniziative simboliche) non genera automaticamente una trasformazione culturale sufficiente.

Parlarne è necessario, ma non basta a modificare davvero le matrici educative.

Il rischio è trasformare una questione reale in un rito collettivo che non incide sulle cause profonde.

Quando un fenomeno viene affrontato principalmente attraverso ricorrenze annuali, manifestazioni o momenti simbolici, si crea nel tempo una sorta di abitudine culturale.

Se ogni anno si torna a parlarne negli stessi termini senza che la situazione migliori in modo percepibile, il tema rischia progressivamente di perdere forza morale e di diventare parte del calendario mediatico.

Col passare degli anni il rischio ulteriore è che la ricorrenza si trasformi in un circuito comunicativo e organizzativo che produce eventi, campagne e iniziative, senza però riuscire a incidere realmente sulle radici educative e culturali della violenza.


Questo è ciò che, in parte, è accaduto all’8 marzo.

Una giornata nata per affermare dignità e responsabilità sociale è stata progressivamente trasformata in una festa leggera, spesso commerciale, dove la libertà femminile diventa pretesto per un intrattenimento vuoto, alimentato da cliché ormai decrepiti.

La libertà della donna non coincide con la libertà sessuale esibita né con l’imitazione di modelli estetici e comportamenti standardizzati. La libertà di pensiero e espressione è il vero obiettivo.

Per questo la riflessione sull’8 marzo deve andare più in profondità e interrogare la radice educativa della società.


Oggi è il giorno in cui si è deciso di celebrare la Donna ma per coerenza e senza cambiare ambito è necessario parlare anche dei diritti delle donne perché è la radice di questa ricorrenza.


Ricordiamo che ogni uomo nasce e cresce dentro una donna, in una famiglia, in un preciso contesto educativo. Il rispetto, il controllo della forza e la dignità nelle relazioni si apprendono molto prima delle leggi, si apprendono nelle case.

Questo implica anche una riflessione sul ruolo educativo delle donne come madri e trasmettitrici di cultura.

Naturalmente non si tratta di attribuire colpe, soprattutto in una giornata che dovrebbe celebrare la donna non come antagonista dell’uomo, ma come identità fondamentale dentro l’equilibrio della vita.

La femminilità non è una bandiera ideologica.

Una donna è donna per ciò che è nella sua natura, nella sua realtà fisica e biologica e nella sua capacità unica di generare vita.

Per comprendere cosa significhi la femminilità mi piace spesso fare riferimento alle società nordiche dell’epoca vichinga. Diversi studi mostrano che tra l’VIII e l’XI secolo le donne scandinave possedevano una posizione sociale sorprendentemente forte.

Potevano amministrare proprietà, gestire il commercio familiare e mantenere autonomia economica. Durante le lunghe assenze degli uomini impegnati nei viaggi e nelle spedizioni erano spesso loro a garantire l’organizzazione della società domestica e della comunità.

La loro autorevolezza non nasceva dalla protesta ma dalla responsabilità.

Non dalla mera esibizione e mercificazione ma dalla competenza. La femminilità era presenza.


Questo, non me ne vogliate, mi porta a una convinzione profonda: le società funzionano meglio quando l'entità Donna è riconosciuta come una forza ordinatrice della comunità.

Quando una donna può essere pienamente femminile nel senso più alto del termine emergono in modo naturale cura della vita, educazione dei figli e stabilità nelle relazioni.

La mia speranza, quindi, è che i paradigmi culturali possano cambiare quando si smetterà di nutrire quelli sbagliati.

Il nuovo paradigma potrà nascere da un’educazione che torni a formare prima di tutto il carattere, da esempi semplici e coerenti, da linguaggi più puliti e da relazioni più mature. Nascerà da un’etica chiara e condivisibile, quella che riconosce il valore della vita, il rispetto reciproco, la responsabilità verso i figli e la dignità delle relazioni umane. Non esistono infinite strade per costruire una società sana, non si tratta di ideologie o interpretazioni personali, basta attenersi ai principi fondamentali del buon senso.


La festa della donna avrà davvero senso solo quando la violenza fisica, psicologica e morale contro di lei sarà scomparsa. Fino ad allora il rischio è che l’8 marzo continui a funzionare soprattutto come un appuntamento simbolico nel calendario del consumo, dove la retorica della dignità femminile convive comodamente con un sistema capace di trasformare anche le cause più serie in occasioni di visibilità, eventi e profitto.


Il rispetto non nasce da una serata celebrativa né da un simbolo floreale.

Nasce dall’educazione, dalla responsabilità e dalla cultura quotidiana.

Solo allora non servirà più una giornata dedicata.

Ogni giorno sarà naturalmente il giorno del rispetto tra uomini e donne.


Melania Frigerio


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