L'apparenza del bene
- 19 apr
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Viviamo in un tempo in cui l’estetica del benessere gode di grande consenso.
Meditazione, yoga, alimentazione vegana, linguaggio consapevole, inclusione, parole scelte con cura: tutto appare ordinato, evoluto, quasi impeccabile.
A colpo d’occhio, sembrerebbe il trionfo di una nuova civiltà relazionale.
Eppure, appena si entra in profondità si scopre tristemente che troppo spesso il gesto resta tale, la sostanza si assottiglia. L’immagine, sì, è vero, convince, ma si avverte che la presenza umana è inconsistente.
Faccio una precisazione: meditazione, yoga, scelte alimentari e azioni etiche possiedono valore reale e possono contribuire a migliorare salute, disciplina, centratura...
Il problema nasce quando queste pratiche smettono di essere un lavoro interiore e diventano un dispositivo identitario, una scenografia morale, una maschera ben costruita da esibire nello spazio sociale e professionale. In quel momento il benessere cessa di essere cultura e diventa marketing del sé.
Nel lavoro questo slittamento si vede molto bene. Lo si riconosce nelle organizzazioni che parlano di ascolto e poi coltivano gerarchie opache. Lo si incontra nei contesti che celebrano la gentilezza e poi premiano la convenienza. Lo si osserva quando la considerazione cambia in base all’utilità, alla docilità, alla posizione, al prestigio, al vantaggio che una persona può generare per chi detiene più potere.
Lì il linguaggio della cura resta in superficie, mentre sotto agiscono competizione, insicurezza, controllo, selezione arbitraria del valore umano.
Chiamiamola tranquillamente una cultura incoerente che dichiara principi elevati e applica criteri opposti. Promuove benessere mentre produce tensione. Parla di inclusione ma parallelamente costruisce cerchie. Organizza percorsi motivazionali e poi lascia spazio a favoritismi, ambiguità, uso strumentale delle persone.
In ambienti del genere il problema centrale resta sempre lo stesso: il valore della persona viene misurato in funzione della spendibilità e questa deriva produce danni profondi. Riduce le relazioni a una trattativa. Educa alla prudenza emotiva. Spegne la vitalità. Alimenta la paura di perdere posizione, approvazione, protezione.
E quando il sistema si abitua a questo schema, la persona corruttibile diventa la più semplice da usare, mentre la persona integra diventa la più scomoda da gestire.
È qui che molte realtà, anche piuttosto raffinate nell’immagine, si impoveriscono sul piano umano.
La vera questione, allora, riguarda l’autenticità.
Autenticità significa coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si pratica quando conviene meno. Significa soprattutto rispetto anche verso chi offre poco vantaggio immediato. Significa attenzione stabile, non intermittente. Significa capacità di guardare un individuo prima di valutare la sua funzione.
Ogni essere umano è un pezzo di terra. Questa immagine merita di essere presa sul serio.
La terra accoglie, genera, custodisce tracce, restituisce frutti secondo ciò che riceve. Quando una terra viene trattata con riguardo, cura, misura, restituisce vita.
Quando viene sfruttata, compressa, impoverita, perde forza, struttura, fertilità.
Ogni persona possiede un proprio paesaggio interiore, una propria storia, un proprio ritmo di maturazione.
Chi guida gruppi, progetti, istituzioni e comunità ha una responsabilità precisa: trattare quel terreno con giustizia, lucidità e senso del limite.
Per questo oggi serve una correzione culturale profonda.
Serve uscire dal culto della performance. Serve distinguere il benessere autentico dalla sua imitazione. Serve riconoscere che una persona autorevole si vede da come esercita il potere, da come parla a chi possiede meno forza contrattuale. L’eleganza interiore si misura lì. Il resto è una bella confezione, appartiene alla macchinosa finzione.
In molte organizzazioni si investe molto nella reputazione e troppo poco nell'integrità dei comportamenti. Si curano codici visivi, cornici valoriali, narrazioni. Tutto utile, certo.
Eppure la credibilità nasce altrove: nelle scelte piccole, anche solo in un saluto, in uno sguardo di complicità, in un grazie. Nasce nel modo in cui si distribuisce attenzione, nasce nella capacità di valorizzare senza creare caste.
Una cultura sana costruisce appartenenza senza chiusure. Fa crescere competenza e maturità senza umiliare. Sa riconoscere i talenti quieti, le presenze fedeli, le persone profonde che spesso restano ai margini perché meno inclini al teatro sociale.
Oggi più che mai serve una scelta netta, perché una società cresce davvero quando impara a trattare ogni essere umano come terra viva: da custodire con rispetto e da coltivare con intelligenza.
Questo richiede disciplina interiore, linguaggio pulito, responsabilità, etica e onestà. Onestà da parte di chi esercita il potere, che ha il compito di costruire contesti degni, ordinati e umani.
Onestà anche da parte di chi, riconoscendo un disallineamento profondo con l’ambiente in cui si trova, sceglie con lucidità di aprirsi a luoghi più coerenti con la propria natura e il proprio valore.
Melania Frigerio
Redazione MyGEA
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