Quando l’ideale diventa una trappola: il mito del “5%” e la svalutazione reciproca
- 29 gen
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Si, oggi si parla di amore, di relazioni.
C’è un passaggio in Tutta colpa di Freud che, sotto la superficie leggera della commedia, intercetta un meccanismo culturale tutt’altro che marginale: l’idea che la scelta affettiva assomigli a una caccia all’interno di un mercato imperfetto, popolato di opzioni difettose, in cui “il meglio” è raro, quasi statistico, come se l’amore fosse una lotteria con pochissimi biglietti vincenti. Nel film, il padre, psicanalista, propone alle figlie una classificazione ironica degli uomini che coprirebbe “circa il 95% dell’universo maschile” e, alla domanda sul “restante 5%”, risponde con una battuta diventata centrale nel racconto: “Sono quelli decenti. Buona caccia al tesoro, amore mio”.
La battuta funziona perché è comica, ma resta impressa perché normalizza un presupposto profondo: la donna deve cercare, scremare, interpretare segnali, tollerare difetti, rimanendo in attesa dell’eccezione. È una cornice mentale apparentemente innocua, eppure potentissima, perché ricalca una vecchia asimmetria: la relazione come percorso in cui la donna si adatta più spesso di quanto venga scelta davvero. Non è un atto d’accusa verso un genere, ma la descrizione di un’abitudine culturale sedimentata.
Quando un’intera generazione cresce con l’idea implicita che “quelli buoni sono pochi”, cambia il modo di stare in relazione: si diventa più sospettosi, più rapidi a scartare, oppure si resta più a lungo dove non si dovrebbe, per timore che fuori sia peggio.
Il punto decisivo, però, è che quel “5%” non è soltanto una battuta sul maschile.
È il sintomo di come oggi pensiamo l’amore. Il legame viene trattato come selezione di un profilo ottimale, non come costruzione di una relazione adulta. E quando l’amore è ridotto a selezione, diventa inevitabilmente prestazione: bisogna essere desiderabili, competitivi, presentabili, aggiornati.
È qui che molte dinamiche relazionali contemporanee iniziano ad assomigliare a un sistema di consumo: più scelta apparente, meno investimento profondo; più opzioni, meno pazienza; più criteri, meno comprensione.
Nel monologo del film compare anche un altro passaggio che merita attenzione.
Dopo aver citato il cosiddetto “problema della mamma” per i “buoni, belli e intelligenti”, il padre introduce un contrasto volutamente brutale: se per metà della vita una donna, la madre, ti ha fatto sentire “Dio”, perché accettare che per il resto della vita un’altra donna ti faccia sentire “uno str*o**”? È una frase dura, ed è proprio per questo interessante.
Non perché “spieghi gli uomini”, ma perché porta alla luce una ferita relazionale spesso taciuta: l’oscillazione continua tra idealizzazione e svalutazione.
Detto in termini più rigorosi, la coppia contemporanea alterna frequentemente due estremi disfunzionali. Da un lato l’idealizzazione narcisistica, “devi essere perfetto, devi completarmi, devi salvarmi”; dall’altro la critica demolitoria “non sei mai abbastanza, devi cambiare per meritarmi”.
In mezzo manca la zona adulta, quella in cui l’altro è visto come persona reale, con limiti, responsabilità e possibilità di crescere.
Quando questa zona manca, uomini e donne finiscono per vivere l’amore come una negoziazione ostile: io ti concedo affetto se tu mi garantisci ... .
Qui si innesta una questione cruciale, spesso elusa. Perché questo discorso viene quasi sempre costruito come se fosse la donna a dover “trovare l’uomo giusto” per realizzarsi?
Il film ironizza sulle categorie maschili, ma la cultura più ampia continua a suggerire che la traiettoria femminile debba culminare in una scelta sentimentale “riuscita”.
Nel frattempo, la donna contemporanea si porta addosso un doppio carico: deve essere autonoma, brillante, produttiva e, insieme, desiderabile, comprensiva, accogliente.
Il risultato non è una libertà piena, ma spesso una condizione di sovraccarico cronico.
È in questo punto che emerge, con delicatezza ma senza ambiguità, la distorsione dell’emancipazione.
L’emancipazione reale è stata ed è un guadagno storico imprescindibile: diritti, accesso, autodeterminazione. Ma la sua traduzione mediatica ha spesso confuso l’autonomia con la performatività. Sei “libera” se sei sempre visibile, sempre sexy, sempre disponibile, sempre competitiva.
In questo senso, una parte del femminismo contemporaneo, più che liberare, è stata utilizzata come linguaggio di copertura per un processo meno nobile: la mercificazione. Non quella esplicita di ieri, ma quella infida di oggi, che si presenta come empowerment mentre chiede alla donna di diventare brand, vetrina, prodotto.
Salta all'occhio una prospettiva speculare: se una donna ha avuto la fortuna di crescere con genitori presenti, con una madre e un padre capaci di darle valore, protezione e guida, perché dovrebbe accontentarsi di un uomo emotivamente immaturo, o di un compagno che cerca una madre sostitutiva, o di qualcuno che la usa come funzione, sessuale, domestica, sociale, senza un reale riconoscimento animico?
Questa non è una domanda ideologica.
È una domanda etica e relazionale.
Se non accettiamo la svalutazione dell’uomo, perché dovremmo normalizzare la svalutazione della donna?
Il nodo, a questo punto, non è tornare a un passato idealizzato né demonizzare il presente. È riconoscere che abbiamo perso la misura del buon gusto, il senso delle cose, la capacità di distinguere ciò che ha valore da ciò che è solo vuota esibizione, ciò che nutre una relazione da ciò che la consuma. Quando si perde la misura, i valori non vengono negati apertamente: vengono svuotati, banalizzati, resi intercambiabili.
E così il rispetto, la cura, la dignità smettono di orientare le scelte e restano parole, parole prive di significato.
La differenza tra uomo e donna non stabilisce chi vale di più, ma come ci si incontra: è una grammatica fatta di ruoli, tempi e sensibilità diverse, non una scala di superiorità. Due modi di stare al mondo che, quando dialogano, generano complementarità; quando si negano, producono confusione, distacco, conflitto.
Se oggi continuiamo a inseguire il “5% perfetto”, forse non è perché “gli uomini non valgono più” o perché “le donne sono cambiate”. È perché la relazione è stata trasformata in performance, l’intimità trasformata in spettacolo e il rispetto si riduce a una parola anacronistica, percepita come tale non solo dal discorso dominante, ma ormai anche da una parte delle donne stesse.
In quel momento il conflitto non è più tra generi. Quando il rispetto viene vissuto come un residuo del passato e non come una condizione del legame, la battaglia culturale può dirsi, nei fatti, già persa.
Il vero progresso non consiste nell’eliminare la dipendenza dall’altro, ma nel superare la dipendenza dall’illusione e dalle aspettative.
Un legame adulto nasce dalla curiosità di scoprire l'altro, dalla capacità di accettarlo; dal riconoscimento della propria individualità ma soprattutto dalla mutevolezza dei bisogni.
Forse la domanda più onesta non è dove sia finito il famoso “5%”, ma se siamo ancora disposti a diventare persone capaci di relazione, invece che consumatori di possibilità. Perché l’amore non è trovare qualcuno che ci faccia sentire Dio, né accettare di sentirsi svalutati pur di non restare soli.
L’amore, quando è maturo, è uno spazio in cui nessuno deve salvarsi e nessuno deve sacrificarsi. Solo, finalmente, esserci.
Melania Frigerio
Autrice e fondatrice di MyGEA, progetto culturale dedicato a comportamento, educazione e linguaggi sociali. Con un approccio osservativo e pragmatico, analizza i meccanismi che modellano la vita quotidiana e professionale, traducendoli in strumenti di lettura chiari e applicabili.
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