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C'è ancora un po' di polenta?

  • 13 ago
  • Tempo di lettura: 7 min

Ci sono alcuni anni, nella vita di un genitore, in cui sembra di essere il centro di un piccolo universo.

I figli si lasciano prendere per mano. Li vesti, li accompagni, scegli cosa mangeranno, a che ora andranno a dormire, quali abitudini entreranno nella loro giornata.

A volte li vesti persino coordinati con te o coordinati tra loro in un gioco di colore, complicità e amore spontaneo.

Ti abbracciano senza pensarci. Ti baciano. Disegnano una casa enorme, fiori, cuori e mille ritratti di te. Ripetono una frase che avevi detto qualche giorno prima e improvvisamente ti accorgi che ti stavano ascoltando molto più di quanto immaginassi.

Quando dicono “mamma” o “papà”, dentro quella parola c’è qualcosa di straordinario: fiducia. È incredibile, perché senti nel profondo che raramente qualcuno ha creduto in te con una fiducia così assoluta.

Poi crescono.

Ed è proprio qui che comincia la parte più difficile dell’essere genitori.

Perché un figlio non viene al mondo per continuare ad assomigliarci o assecondarci.


Diventare genitori è forse una delle responsabilità umane più profonde che possiamo assumere. Proprio per questo sarebbe utile smettere di considerare la genitorialità come una tappa obbligatoria dell’esistenza. Non siamo necessariamente venuti al mondo per procreare. Possiamo costruire, creare, amare, conoscere, insegnare, esplorare, realizzarci in molti modi.

Avere un figlio dovrebbe essere una scelta sufficientemente importante da poter contemplare anche la scelta opposta. Perché un bambino modifica il sonno, il tempo, il denaro, le vacanze, la casa, le priorità, la libertà personale. Per alcuni anni chiede una disponibilità enorme. E quegli anni sono dovuti a quel bambino.

Mentre li viviamo sembrano lunghi. Poi, invece, passano con una velocità impressionante.

Se non siamo disponibili a modificare una routine, perdere qualche ora di sonno, rinunciare qualche volta a una cena, una vacanza o una comodità, forse dovremmo interrogarci seriamente prima di diventare genitori. Non perché un buon genitore debba annullarsi. Esattamente il contrario.


Un bambino ha bisogno di adulti vivi, realizzati, interessanti e autonomi, ma ha anche bisogno di percepire che, quando occorre, qualcuno è disposto a spostare il proprio baricentro per lui.

Su questo punto si è creata una confusione enorme. Presenza non significa permissività. Non significa accontentare o comprare tutto. Amore non significa assenza di limiti.

Ascolto non significa che un bambino abbia gli strumenti per decidere tutto.

Una famiglia funziona bene attraverso rituali, orari, alimentazione, responsabilità, sonno, regole, linguaggio, educazione alla frustrazione e comportamenti sufficientemente prevedibili.

La disciplina, quando non è umiliazione né autoritarismo, è una forma di sicurezza.

Dice al bambino: il mondo non è completamente arbitrario.

Ci sono cose che facciamo e altre che non facciamo. Ci sono tempi. Ci sono conseguenze. Ci sono responsabilità.

C'è un adulto disposto ad assumersi l'impopolarità della decisione.

Questo è un punto educativo essenziale. Perché il compito del genitore non consiste nell'ottenere continuamente l'approvazione del figlio. Consiste nell'accompagnarlo verso l'autonomia.

“Lo fanno tutti” non è sicuramente un criterio educativo, ma è probabilmente una delle frasi più potenti e presenti dell'infanzia e dell'adolescenza.

Tutti hanno quello smartphone, bevono quella bevanda, possono rientrare più tardi, vanno a quella festa, usano quella piattaforma, mangiano così. Tutti i miei amici possono.

Ma l'educazione comincia precisamente quando l'adulto riesce a rispondere:

“Può darsi ma noi abbiamo scelto diversamente.” Non per superiorità morale.

Per responsabilità.

La famiglia è la prima agenzia educativa. Gli amici, la pubblicità, gli influencer, gli algoritmi, il mercato e le mode esercitano inevitabilmente un'influenza, ma non dovrebbero sostituirla o condizionarla.

Se permettiamo che ogni scelta familiare venga modificata semplicemente perché “gli altri fanno così”, non stiamo educando alla libertà. Stiamo insegnando mero conformismo.


Non serve costruire un’apocalisse generazionale, ma i dati meritano attenzione. I ragazzi di oggi non sono “peggiori” dei ragazzi di ieri, ma alcuni indicatori dovrebbero essere guardati senza minimizzarli.

I dati italiani HBSC 2022 mostrano come l'esposizione ad alcol e nicotina aumenti con l'età. Tra gli adolescenti di 11, 13 e 15 anni coinvolti nell'indagine, il 37,9% dichiarava di aver consumato alcol nei 30 giorni precedenti e il 14,5% riferiva episodi di ubriachezza. Poco più dell'11% aveva fumato sigarette nell'ultimo mese e circa il 10% aveva utilizzato sigarette elettroniche.

Nella fascia 15-19 anni, ESPAD Italia 2024 restituisce una fotografia ancora più significativa: il 76% aveva consumato alcol nell'ultimo anno e circa uno studente su tre riferiva episodi di binge drinking (consumo di almeno 5 bevande alcoliche nella stessa occasione) nell'ultimo mese. Per una quota crescente di adolescenti, inoltre, la prima intossicazione alcolica avviene prima dei 14 anni. Il 40% aveva utilizzato sigarette elettroniche nell'ultimo anno, il 12% psicofarmaci senza prescrizione e il 57% aveva praticato gioco d'azzardo.

Sono dati autoriferiti e, come tutte le indagini di questo tipo, devono essere letti considerando possibili fenomeni di sottostima. Non occorre, tuttavia, amplificarli: sono già sufficientemente rilevanti così come sono.

A questo si aggiunge l'ambiente digitale. Secondo l'OMS Europa, l'uso problematico dei social media tra gli adolescenti dei Paesi studiati è passato dal 7% nel 2018 all'11% nel 2022; in Italia, HBSC 2022 rilevava una quota del 13,5% di adolescenti a rischio.

Il problema non sono in sé i social network, le feste, la tecnologia o la vita sociale.

Il punto è che l'ambiente nel quale cresce oggi un bambino possiede una capacità senza precedenti di raggiungerlo, persuaderlo e condizionarne comportamenti e desideri.

Per questo la responsabilità educativa dell’adulto assume oggi un peso ancora maggiore.


Forse dovremmo anche interrogarci sulla progressiva adultizzazione dell'infanzia.

Vestiti, estetica, smartphone, linguaggi, contenuti digitali, locali, serate, consumo, competizione sociale. Non tutto ciò che può essere anticipato dovrebbe esserlo.

Un dodicenne non guadagna automaticamente autonomia perché frequenta ambienti da ragazzi più grandi. L'autonomia è una competenza che si costruisce attraverso piccole responsabilità, capacità di giudizio, esperienza della frustrazione, gestione del denaro, consapevolezza del rischio, rispetto degli altri, possibilità di sbagliare entro confini ragionevolmente sicuri, non attraverso l'imitazione precoce dei rituali degli adulti.

E sull'alcol almeno un confine giuridico è chiarissimo: in Italia la vendita e la somministrazione ai minori di diciotto anni sono vietate. Ma c'è un dato biologico che dovrebbe interessare ogni genitore: 18 anni è una soglia giuridica, non una soglia di completa maturazione cerebrale.

A 12 anni il cervello è ancora nel pieno di una profonda riorganizzazione. I circuiti legati alla ricompensa, alle emozioni e alla dimensione sociale sono particolarmente attivi, mentre la corteccia prefrontale, fondamentale per pianificare, controllare gli impulsi, valutare rischi e conseguenze e prendere decisioni complesse, è ancora in maturazione. È anche una fase caratterizzata da elevata plasticità cerebrale: una straordinaria opportunità per apprendere, ma anche una condizione di maggiore vulnerabilità ad alcune esposizioni, tra cui l'alcol.

Intorno ai 25 anni, invece, molte delle trasformazioni strutturali e funzionali caratteristiche dell'adolescenza hanno raggiunto uno stadio molto più maturo. La corteccia prefrontale e le sue connessioni sono più sviluppate e integrate con gli altri sistemi cerebrali coinvolti nella regolazione del comportamento. Non esiste un giorno preciso in cui il cervello diventa improvvisamente “adulto”: lo sviluppo è graduale e varia da persona a persona, ma le neuroscienze collocano il completamento di importanti processi maturativi nella metà-fine dei vent'anni.

La differenza è dunque sostanziale: un dodicenne e un venticinquenne non affrontano alcol, rischio, pressione del gruppo e controllo degli impulsi con lo stesso assetto neurobiologico.

L'alcol rende questa differenza ancora più importante. Il NIAAA indica che il cervello adolescente è più vulnerabile ai suoi effetti rispetto a quello adulto e che il consumo intenso durante l'adolescenza può interferire con le normali traiettorie di sviluppo della materia grigia e della materia bianca e interessare circuiti coinvolti in memoria, apprendimento, controllo cognitivo e decisione.

Questo non significa che a 25 anni l'alcol diventi innocuo. Significa che anticiparne l'esposizione durante una fase critica dello sviluppo cerebrale non è biologicamente equivalente a consumarlo nell'età adulta.

Non è dunque una questione di ciò che un genitore decide di permettere o di ciò che fanno gli altri. Durante l'adolescenza determinate esperienze semplicemente non sono appropriate alla fase di sviluppo. Il limite, in questo caso, non è una restrizione arbitraria: è una responsabilità educativa coerente con l’età.

Ma forse il dato più preoccupante è proprio la leggerezza con cui, talvolta, questa responsabilità viene esercitata. Consentire precocemente esperienze adulte senza conoscerne le implicazioni fisiologiche e psicologiche non è apertura mentale né modernità educativa: è inconsapevolezza. Conoscerle e scegliere comunque di ignorarle, per comodità, per evitare un conflitto o semplicemente per conformismo, perché “lo fanno tutti”, non è più inconsapevolezza, è una forma di superficialità educativa tanto pericolosa quanto difficile da giustificare.


Perché quelle bestioline si sono affidate a noi. Ci hanno amato incondizionatamente, hanno creduto in noi, nelle nostre parole, nei nostri racconti. E meritano di essere guidate con sapienza, perché un giorno arriverà il momento di lasciarle andare.

Ed è forse questa la prova finale.

Abbiamo passato anni a decidere cosa dovessero mangiare, quando dovessero dormire ... Poi, un giorno, quella persona che abbiamo cresciuto comincia a pensare diversamente da noi. Sceglie amici che non avremmo scelto. Ama persone che non avevamo immaginato. Veste diversamente. Ha idee politiche, professionali, culturali o esistenziali differenti. Può persino rifiutare alcuni dei nostri valori.

Fa male, ma è fisiologico perché un figlio adulto non è il risultato finale del progetto educativo dei genitori. È una persona. E se abbiamo lavorato bene, a un certo punto deve poter andare.


Quindi, quando sono piccoli, teniamoli vicini. Abbracciamoli. Educhiamoli. Facciamoli ridere. Diamo loro regole. Prepariamo cibo vero. Spegniamo qualche volta gli schermi.

Diciamo qualche no che ci renderà impopolari. Facciamoli partecipare alla nostra vita, invece di limitarci a trasportarli da un'attività all'altra.

Mostriamo loro che una famiglia possiede una propria cultura e che non è obbligata a seguire mode e stili che non le appartengono.

Poi, lentamente, lasciamoli scegliere, lasciamoli sbagliare, lasciamoli diventare diversi.

E infine lasciamoli andare, ma teniamo una porta aperta.

Non perché possano tornare ogni volta che la vita diventa difficile affinché qualcuno risolva tutto al posto loro, ma per qualcosa di molto più importante.

Perché possano entrare un giorno in casa, ormai adulti, sedersi nella stessa cucina nella quale sono cresciuti e chiedere: “C'è ancora un po' di polenta?”

E in quel piatto ritrovare, per un momento, tutto ciò che abbiamo cercato di costruire.

Appartenenza.


Redazione MyGEA


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