top of page

«Lo sai che è fatto con l’AI?»

  • 14 ago
  • Tempo di lettura: 7 min

«Lo sai che è fatto con l’AI?» é diventata una frase ricorrente.

Viene pronunciata davanti a un testo, un’immagine, una ricerca, una presentazione, talvolta persino davanti a un progetto complesso.

Sottintende spesso la stessa cosa: se è intervenuta l’intelligenza artificiale, allora una parte del valore dell’opera deve necessariamente diminuire. È un ragionamento curioso perché non chiediamo a un architetto se un edificio «è stato fatto con AutoCAD». Non svalutiamo un’analisi finanziaria perché è stata elaborata utilizzando Excel. Non consideriamo meno professionale un fotografo perché utilizza Photoshop, né un ricercatore perché consulta database digitali.


Con l’intelligenza artificiale sta accadendo qualcosa di diverso.

Abbiamo trasformato il nome dello strumento in un giudizio sull’opera.

E forse questo accade perché non abbiamo ancora imparato a distinguere due elementi completamente diversi: l’accesso alla tecnologia e la competenza necessaria per utilizzarla.

La ricerca sta iniziando a mostrare con crescente chiarezza quanto questa distinzione sia importante.

UNESCO considera le competenze relative all’intelligenza artificiale un ambito specifico, che comprende conoscenza dei sistemi, giudizio critico, responsabilità, dimensione etica e capacità di utilizzo consapevole.

L’OECD sta sviluppando la stessa prospettiva sul piano della valutazione educativa: PISA 2029 comprenderà infatti un dominio dedicato alla Media and Artificial Intelligence Literacy, volto anche a verificare la capacità degli studenti di valutare criticamente credibilità, qualità e finalità dei contenuti digitali e di utilizzare strumenti mediati dall’AI in maniera consapevole ed eticamente responsabile.

È una distinzione essenziale. Usare l’AI non significa saper usare l’AI.


Nella letteratura e nei principali framework istituzionali consultati non emerge una classificazione consolidata degli utilizzatori dell’intelligenza artificiale articolata nei quattro profili che seguono. Preciso, quindi, che quella che segue è una mia tassonomia interpretativa.

Non descrive identità permanenti e non assegna etichette alle persone. Individua quattro modalità contemporanee di relazione con l’intelligenza artificiale: atteggiamenti che possono anche coesistere nella stessa persona, cambiare nel tempo o variare in funzione del contesto.

La tecnologia può essere la stessa. Il modo in cui viene utilizzata, no.

1. Gli integratori

Sono coloro che hanno compreso che l’intelligenza artificiale non è un sostituto della competenza. Può essere, se utilizzata correttamente, un moltiplicatore.

La impiegano per cercare, confrontare, organizzare, simulare scenari, individuare incoerenze, strutturare procedure, interrogare documenti, sviluppare ipotesi, preparare decisioni. Non delegano necessariamente la decisione. Delegano alcune operazioni. È una differenza sostanziale. L’utilizzatore evoluto non dice semplicemente: «Scrivimi questo.»

Costruisce progressivamente un processo. Definisce il problema. Fornisce il contesto. Stabilisce i criteri. Chiede alternative. Contesta una risposta. Verifica le fonti. Cambia prospettiva. Introduce nuovi dati. Confronta versioni. Elimina ciò che non convince. Riscrive. Decide.

In un esperimento pubblicato su Science, partecipanti con formazione universitaria impegnati in specifici compiti professionali di scrittura hanno completato le attività mediamente in circa il 40% di tempo in meno utilizzando ChatGPT, mentre la qualità degli output è aumentata mediamente del 18%. Il dato riguarda quelle attività e quelle condizioni sperimentali. Non significa che l’intelligenza artificiale renda automaticamente qualsiasi lavoro più veloce del 40% o migliore del 18%. Ed è precisamente qui che emerge il punto più interessante.

In uno studio condotto su consulenti Boston Consulting Group, successivamente pubblicato su Organization Science, i ricercatori hanno osservato che l’AI migliorava significativamente le prestazioni nei compiti compresi entro le effettive capacità del sistema.

Quando invece il problema richiedeva capacità che andavano oltre ciò che l’AI riusciva a gestire in modo affidabile (quella che gli autori hanno definito jagged technological frontier, cioè il confine irregolare tra i compiti che l’AI sa affrontare bene e quelli in cui può diventare inaffidabile, tema a cui dedicheremo il prossimo articolo) affidarsi allo strumento poteva peggiorare il risultato.

Il vantaggio dell'uso dell'A.I. non si produce utilizzandola ma deriva anche dalla capacità di capire quando utilizzarla, per quale compito, con quale grado di fiducia e con quale livello di verifica (approfondimenti su: “Il Manuale AI 2026” ).

La persona più competente nell’uso dell’AI non è quindi necessariamente quella che la utilizza maggiormente. È quella che sa quando utilizzarla, come interrogarla, quando dubitare e quando fermarsi.

2. Gli estranei

Esiste poi una parte della popolazione che rimane lontana dall’intelligenza artificiale.

Qualcuno non ne sente il bisogno. Qualcuno la considera poco utile.

Altri la percepiscono come pericolosa, artificiale, complicata oppure incompatibile con il proprio mestiere. È una posizione comprensibile. Ogni innovazione significativa incontra livelli differenti di adozione, conoscenza, fiducia e interesse. Nel caso dell’intelligenza artificiale, il fenomeno appare particolarmente evidente perché l’adozione sta aumentando rapidamente, mentre atteggiamenti e aspettative rimangono molto eterogenei.

Lo Stanford AI Index 2026 riporta che l’adozione dell’AI nelle organizzazioni ha raggiunto l’88%. Allo stesso tempo, i dati sull’opinione pubblica mostrano una relazione molto meno lineare con la tecnologia: nel 2025 il 59% degli intervistati globali riteneva che i benefici dei prodotti e servizi basati sull’AI superassero gli svantaggi, mentre il 52% dichiarava anche di sentirsi nervoso rispetto al loro utilizzo. Le due condizioni non si escludono.

Diffusione, fiducia e comprensione non procedono necessariamente alla stessa velocità.

Per questo l’estraneo all’AI non dovrebbe essere considerato arretrato.

Può essere semplicemente una persona che, per scelta, esperienza, contesto, disponibilità o mancanza di necessità, non ha ancora incorporato quello strumento nel proprio sistema di lavoro o di pensiero. Il punto critico emerge semmai quando il giudizio precede la conoscenza. Rifiutare qualcosa dopo averla analizzata è una scelta. Rifiutarla senza averla mai realmente esplorata significa invece rinunciare a una possibilità prima ancora di averne compreso utilità e limiti.

3. Gli utilizzatori immediati

Questa è probabilmente la categoria più delicata. Sono persone che utilizzano l’intelligenza artificiale, talvolta quotidianamente, ma prevalentemente come una macchina delle risposte. Fanno una domanda. Ricevono una risposta. Il processo termina.

L’AI può allora diventare una scorciatoia cognitiva: preparare rapidamente un compito, ottenere un riassunto, trovare una spiegazione, generare una risposta generica. Il rischio non riguarda l’età anagrafica. Sarebbe scorretto attribuirlo genericamente ai giovani.

Riguarda il metodo. La ricerca sulle interazioni uomo-tecnologia studia da tempo fenomeni quali il cognitive offloading, cioè il trasferimento di una parte del carico cognitivo verso strumenti esterni, e l’automation bias, ossia l’eccessiva deferenza verso indicazioni provenienti da sistemi automatizzati. Il cognitive offloading non è necessariamente negativo. Utilizziamo continuamente strumenti esterni per liberare risorse cognitive: scriviamo appunti, consultiamo calendari, utilizziamo calcolatrici, database e motori di ricerca. Il problema nasce quando la delega non è accompagnata da comprensione, controllo e verifica.

Uno studio presentato a CHI 2025 e pubblicato da ACM, condotto su 319 lavoratori della conoscenza e 936 esempi di utilizzo reale della GenAI, ha inoltre rilevato che una maggiore fiducia nella capacità dell’AI di svolgere uno specifico compito era associata a una minore manifestazione dichiarata di attività di pensiero critico.

Lo studio rileva un’associazione. Non dimostra che l’intelligenza artificiale renda le persone meno intelligenti o provochi una riduzione generale del pensiero critico.

Mostra però che il modo in cui ci fidiamo dello strumento modifica il modo in cui lavoriamo cognitivamente con esso ed è qui che l’AI diventa una tecnologia particolare a due facce.

Può ridurre il lavoro cognitivo oppure ridistribuirlo.

Può fornire immediatamente una risposta oppure costringerci a formulare domande migliori.

Può sostituire una prima ricerca oppure ampliare enormemente il campo della ricerca.

Può produrre un testo mediocre in trenta secondi oppure diventare parte di un processo di studio che dura giorni.

Un esame universitario serio, una ricerca, un progetto aziendale o un articolo documentato non diventano necessariamente più facili perché esiste l’intelligenza artificiale.

Si possono confrontare discipline differenti, costruire controargomentazioni, simulare obiezioni, verificare definizioni, mettere in relazione autori, ricostruire cronologie, confrontare modelli teorici ma resta una condizione, qualcuno deve sapere che cosa controllare. Ed è qui che torna il ruolo umano.

Conoscere una materia serve anche ad accorgersi quando la macchina sta formulando qualcosa di plausibile ma inesatto. La revisione umana, quindi, non è l’ultimo passaggio ma parte integrante e fondamentale del processo.

4. Gli spettacolarizzatori

Esiste infine una quarta modalità di relazione con l’intelligenza artificiale. È quella di chi utilizza principalmente l’AI con sarcasmo e come macchina della mistificazione. Persone trasformate in versioni più giovani di sé. Corpi modificati. Animali impegnati in comportamenti impossibili. Personaggi storici che parlano. Situazioni assurde. Scene surreali. Immagini volutamente false, che confondono e producono cattiva comunicazione.

Video costruiti per provocare il classico «Ma è vero?». Naturalmente, non c’è nulla di illegittimo nel gioco.

L’intelligenza artificiale può essere anche intrattenimento, arte, sperimentazione, satira e immaginazione. Il problema nasce quando la sua rappresentazione pubblica viene ricondotta prevalentemente alla dimensione più spettacolare, virale o caricaturale, fino a produrre una percezione distorta dello strumento e, in alcuni casi, a banalizzarne il reale potenziale.

Si finisce così per associare l’AI soprattutto a immagini improbabili, contenuti effimeri, imitazioni, effetti sorprendenti o utilizzi volutamente ridicoli, dimenticando che la stessa tecnologia è impiegata anche nella ricerca scientifica, nella programmazione, nell’organizzazione aziendale, nell’educazione, nella progettazione, nell’analisi documentale e nel supporto a processi decisionali complessi.

Il rischio è giudicare una nuova tecnologia osservandone quasi esclusivamente gli utilizzi più superficiali e facilmente consumabili dal grande pubblico.

Un testo generato in trenta secondi attraverso una domanda generica e un testo costruito durante tre giorni di ricerca, confronto, verifica, revisione e riscrittura possono essere entrambi tecnicamente descritti come «realizzati con l’AI».

Ma appartengono a processi intellettuali completamente differenti, perché quando uno strumento potente diventa disponibile su larga scala non rende le persone uguali; piuttosto, rende più visibili le differenze nel modo in cui decidiamo di utilizzarlo. Davanti allo stesso sistema, qualcuno cerca una scorciatoia. Qualcuno cerca una verifica, sperimenta e costruisce un metodo. Qualcun altro gioca. C’è poi chi accetta la prima risposta, mentre altri formulano la trentesima domanda.

La tecnologia resta la stessa, ma l’atteggiamento umano è ciò che fa la differenza.

Ed è forse questa una delle questioni culturali più importanti sollevate dall’intelligenza artificiale. Strumenti cognitivi estremamente potenti stanno diventando accessibili a studenti, professionisti, ricercatori, imprenditori e cittadini comuni con una velocità difficilmente paragonabile a quella delle precedenti trasformazioni digitali.

L’accesso non è naturalmente uguale per tutti, perché persistono differenze economiche, linguistiche, educative, infrastrutturali, geografiche e culturali. Resta comunque un’ampia possibilità di accesso ed è incontestabile che il vantaggio competitivo non consista semplicemente nell’«avere ChatGPT», nel conoscere il nome dell’ultimo modello o nel produrre più contenuti, ma nel capire che cosa delegare e controllare, quando fidarsi e che cosa verificare.

Forse, quindi, tra qualche anno smetteremo di domandare «Lo sai che è fatto con l’AI?» e inizieremo a porre una domanda molto più seria: «Che cosa sei stato capace di fare con l’AI che avevi a disposizione?».


Redazione MyGEA


© MyGEA Project. Tutti i diritti riservati


 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

MyGEA Associazione Culturale

Paradiso (TI), Svizzera

Progetto sostenibile per migliorare la qualità della vita quotidiana

© 2022–2026 MyGEA Associazione Culturale. Tutti i diritti riservati.
Privacy e cookie gestiti tramite banner di consenso.
Sito realizzato con Wix

  • Instagram
  • TikTok
  • LinkedIn
  • Whatsapp
bottom of page