Riscattare i simboli: quando la forma torna a essere educazione
- Meli Frigerio

- 18 gen
- Tempo di lettura: 6 min
Esistono contesti culturali in cui la bellezza diventa sospetta.
Accade quando la forma viene letta attraverso associazioni automatiche che la collegano a superficialità, mercato, inconsapevolezza.
In questi ambienti, spesso colti e autodefiniti critici, la riflessione estetica lascia spazio a una semplificazione morale.
All’interno di tali cornici, simboli riconoscibili come Barbie o persino un bulldog subiscono una condanna preventiva. La valutazione avviene prima sul piano etico e solo in seguito su quello simbolico. Il giudizio riguarda meno ciò che questi elementi rappresentano e più ciò che vengono incaricati di rappresentare.
Da questo processo emerge un’estetica che si presenta come neutra e spontanea, mentre opera come sistema normativo preciso.
L’anti-estetica come linguaggio dominante
Cargo, giacconi tecnici, palette militari, beige diffusi, assenza di ornamento visibile, rifiuto del bello riconoscibile. Questi elementi funzionano come segni di appartenenza condivisi. L’adesione avviene per imitazione culturale più che per scelta individuale.
Si produce così un paradosso strutturale: la forma viene dichiarata irrilevante e contemporaneamente codificata con grande precisione. La critica all’estetica dominante non genera un superamento, ma una configurazione speculare: il nuovo codice nasce come risultato negativo del precedente, replicandone la struttura prescrittiva attraverso l’inversione dei valori. La libertà viene affermata come principio generale, ma applicata in modo selettivo: ciò che rientra nel perimetro culturale dominante viene riconosciuto come espressione autentica, mentre ciò che se ne discosta diventa oggetto di valutazione, sospetto e delegittimazione.
Questa dinamica descrive una sostituzione estetica: un sistema prende il posto di un altro mantenendo lo stesso livello prescrittivo.
Barbie, il bulldog e il fraintendimento simbolico
In questo quadro, Barbie assume il ruolo di bersaglio culturale. La femminilità curata viene interpretata come leggerezza, la forma riconoscibile come mancanza di intelligenza, la bellezza evidente come assenza di profondità.
Il bulldog viene colpito con particolare durezza perché incarna una serie di elementi che, in alcuni ambienti culturali, risultano intollerabili. È percepito come razza “di moda”, associata a determinati luoghi, a un certo immaginario urbano e a un’estetica riconoscibile. Soprattutto, viene letto come prodotto di una selezione umana intenzionale, dunque come espressione di un gesto considerato artificiale: l’uomo che sceglie, plasma, preferisce.
Il punto critico non è l’animale in sé, ma ciò che rappresenta. Il bulldog viene contrapposto al cane meticcio, spesso idealizzato come esito di un incontro casuale tra razze, frutto di una natura lasciata a sé stessa. In questa contrapposizione, il caso viene elevato a valore morale, mentre la scelta consapevole viene sospettata di vanità, egoismo o superficialità.
All’interno di questa lettura, il gesto di acquistare una razza specifica viene condannato a priori, soprattutto quando esistono animali da accudire nei canili.
Tuttavia, questa condanna trascura un aspetto fondamentale: il desiderio umano di scegliere in modo intenzionale ciò con cui entra in relazione. Scegliere un animale in base alla propria personalità, al proprio stile di vita, alla propria sensibilità non equivale a negare la cura, ma può rappresentarne una forma coerente e responsabile.
La critica si sposta così dal piano della relazione a quello del giudizio simbolico.
L’animale smette di essere considerato come essere vivente inserito in un legame concreto di cura quotidiana e diventa il supporto di una narrazione morale che semplifica la complessità delle scelte umane. La responsabilità individuale viene oscurata da una gerarchia etica che premia il caso e svaluta l’intenzione.
In questo passaggio, la relazione reale, fatta di tempo, attenzione, dedizione e presenza, perde centralità. Al suo posto si afferma una lettura ideologica che valuta il gesto prima ancora della pratica, la scelta prima ancora della cura, l’estetica prima ancora del legame.
MyGEA interviene proprio in questo punto, spostando la domanda dal simbolo allo sguardo che lo interpreta. La questione riguarda il modo in cui la forma viene osservata, abitata e utilizzata. Analizza e si sofferma sulla risonanza delle scelte.
Coerenza interna ed espressione esterna
Ogni sistema culturale costruisce una relazione costante tra ciò che viene pensato e ciò che viene mostrato. La forma visibile non agisce come semplice superficie, ma come traduzione concreta di un orientamento interiore.
In alcuni ambienti, l’etica assume una struttura fortemente concettuale: ogni scelta viene analizzata, valutata, filtrata secondo criteri politici, economici e morali estremamente rigorosi.
In questo quadro, anche l’estetica smette di essere un’esperienza vissuta e la sua negazione diventa il risultato di una coerenza ideologica da mantenere, talvolta a costo di sacrificare l’istinto, il gusto personale, la risonanza naturale.
Quando questo eccesso diventa sistemico, produce un’estetica della rinuncia che si manifesta nei linguaggi, negli spazi, nei corpi e nelle immagini. Non come scelta libera, ma come adesione a un codice che garantisce appartenenza e legittimazione.
MyGEA osserva questo fenomeno senza contrapporre un’estetica a un’altra.
La questione non riguarda una lotta tra opposti, né la rivendicazione di un principio contro un altro. Riguarda il rapporto tra conoscenza e attitudine.
Conoscere rimane fondamentale. La consapevolezza resta necessaria.
Ma l’attitudine, il modo in cui una persona entra in risonanza con ciò che sceglie, deve tornare a essere la guida primaria.
La cura come principio strutturale
MyGEA aggiunge un passaggio ulteriore: quando la forma perde contatto con l’esperienza viva, la visione rischia di diventare autoreferenziale.
La coerenza più profonda non nasce dall’annullamento del sentire, ma dall’allineamento tra pensiero, ritmo e relazione concreta con il mondo.
MyGEA fonda il proprio pensiero sulla cura intesa come naturalezza.
Cura significa coerenza tra interno ed esterno, armonia tra funzione e forma, attenzione silenziosa, bellezza capace di sostenere l’esperienza.
Questa concezione della bellezza coincide con la proporzione e con l’equilibrio.
La forma rende il contenuto accessibile, abitabile, trasmissibile.
La cura opera come infrastruttura del pensiero. Attraverso la forma il senso prende dimora.
Il gesto realmente controcorrente
Nel panorama attuale, una certa trasandatezza appare prevedibile perché opera come linguaggio codificato di appartenenza culturale. In molti contesti segnala immediatamente adesione a un sistema di valori, ancora prima che venga articolato un pensiero.
Per questo la vera discontinuità culturale emerge altrove: nella scelta della cura priva di ostentazione, dell’armonia priva di decorazione, della bellezza vissuta come competenza quotidiana.
Questa posizione restituisce alla forma una funzione educativa.
La forma non comunica per imposizione, ma per esposizione ripetuta.
Un’immagine curata allena lo sguardo alla distinzione; uno spazio armonico sostiene l’attenzione; un oggetto armonioso educa alla misura. La forma, quando è pensata e mantenuta, diventa infrastruttura del pensiero.
In questo senso, un simbolo non è un segno adottato per appartenenza o per reazione ideologica, ma un elemento scelto, vissuto e continuamente rinegoziato.
Abitare un simbolo significa attraversarlo con esperienza, lasciarlo parlare senza irrigidirlo in etichetta morale, permettergli di restare interrogabile.
È qui che la cura assume valore di competenza.
Come osserva Richard Sennett in The Craftsman (saggio di sociologia del lavoro e della cultura materiale, dedicato al rapporto tra qualità, apprendimento e responsabilità), la qualità nasce dall’attenzione paziente e dalla relazione continuativa con ciò che si fa.
Il riferimento serve a chiarire che la cura non coincide con un gesto estetico isolato, ma con una pratica che si costruisce nel tempo e che educa attraverso la ripetizione consapevole, l’esercizio del pensiero critico e una predisposizione continua alla crescita.
Riscattare i simboli significa restituire loro profondità. Significa riconoscere che le scelte estetiche non sono mai neutre: veicolano contenuti, raccontano identità, trasmettono visioni del mondo. Comprenderle richiede conoscenza, studio, consapevolezza storica e culturale.
MyGEA parte da qui.
La conoscenza è fondamentale per leggere i simboli e comprendere ciò che comunichiamo attraverso la forma. Tuttavia, quando questa conoscenza si irrigidisce in giudizio e si trasforma in ideologia prescrittiva, perde la sua funzione educativa e diventa limitante.
MyGEA prende posizione contro le semplificazioni binarie, contro le estetiche moralizzate, contro le appartenenze rigide che chiedono coerenza a costo dell’esperienza personale. Quando l’etica diventa dogma e la forma diventa segnale di conformità, l’individuo si impoverisce e si trasforma in replica culturale di un modello già dato.
Per questo MyGEA promuove l’eterogeneità come espressione viva, come rifiuto dell’omologazione, come capacità di farli evolvere.
Nessuna etichetta. Nessuna appartenenza obbligata. Nessuna ideologia chiusa che separa il mondo in giusto e sbagliato.
La forma torna a essere educazione quando smette di essere bandiera e torna a essere linguaggio. Quando accompagna il pensiero invece di sostituirlo. Quando riflette un’identità viva, capace di cambiare, senza perdere coerenza.
Riscattare i simboli significa questo: abitare la forma, invece di usarla per giudicare.
Riscattare i simboli significa riconoscere la forma come primo veicolo di senso.
La bellezza assume il ruolo di segnale visibile di un contenuto strutturato.
La cura si manifesta come pratica culturale capace di orientare, educare, sostenere.
All’interno di questa visione, forma ed etica procedono insieme.
La bellezza rivela il pensiero.
L’esterno racconta l’interno, sempre.
Melania Frigerio - Founder & Curator, MyGEA
Autrice e fondatrice del progetto culturale MyGEA. Si occupa di comportamento, educazione e linguaggi sociali, con un approccio osservativo e pratico. Scrive per offrire una lettura ordinata e chiara dei fenomeni che influenzano la vita quotidiana e professionale.
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©️ Melania Frigerio – MyGEA Project.
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